domenica 9 aprile 1995

Microcriminalità: diagnosi, prognosi, terapia di una patologia sociale




   Il 9 aprile 1995, presso l'Auditorium della Parrocchia Madonna di Fatima, ha avuto luogo il convegno sulla Microcriminalità. Alla presenza di un pubblico folto e attento hanno analizzato il problema il dott. Saverio Gravina, presidente dell'VIII circoscrizione 108 Y, il dott. Luigi Birritteri, gip presso il Tribunale di Agrigento, il Prof. Angelo Chiara, criminologo presso l'Università di Catania, il dott. Salvatore Grimaudo, coordinatore distrettuale del service “Microcriminalità e Vigilanza di quartiere”, il Preside Pasqualino
Sangiorgio, il Prof. Giuseppe Smiraglia, Sindaco di Campobello di Licata e il Prof. Vito Coniglio, Sindaco di Ravanusa. Particolarmente  apprezzato è stato l'intervento del dott. Birritteri, che è stato salutato alla conclusione da un lunghissimo e caloroso applauso. Il dott. Birritteri, dopo aver analizzato la situazione in Italia e aver constatato che le cifre sono in costante aumento, ha detto testualmente: “Tuttavia se questa è la tendenza nazionale, va subito detto che la microcriminalità assume nel meridione caratteristiche tutte particolari. Quel che più conta, anche nella  nostra provincia si registra la specificità che assume il mondo della microcriminalità nelle regioni, quali Sicilia, Campania e Calabria, a maggiore densità di criminalità organizzata. Anche da noi, infatti, è sempre più crescente la contiguità tra la criminalità organizzata – quali “Cosa Nostra” e “Stidda” - ed i fenomeni di devianza giovanile. I dibattimenti penali celebrati e tottora in corso, per i più gravi delitti commessi nella nostra provincia testimoniano di tale recente e drammatica evoluzione. Moltissimi collaboratori di giustizia (soprattutto stiddari) sono giovanissimi ed hanno confessato decine di omicidi, estorsioni, ferimenti e altri gravissimi delitti, commessi in età adolescenziali”. Dopo aver parlato delle responsabilità oggettive delle istituzioni e di ciascuno di noi ha continuato: “Dobbiamo chiederci quanti di questi ragazzi si sarebbero macchiati di tali delitti se fossero cresciuti nell'ambito di una collettività diversa, senza illegalità elevate a sistema, con strutture scolastiche e sociali attente alla loro formazione umana e culturale e pronta a prevenire ovvero a reprimere sul nascere i fenomeni di devianza”. E ha proseguito in chiave ottimistica dicendo: “Va sfruttato il momento favorevole e bisogna che tutti gli uomini di buona volontà, a qualsiasi istituzione appartengano (la famiglia, la scuola, i servizi sociali, la chiesa, etc.) diano l'esempio e chiariscano ai nostri giovani che il crimine non paga e che in una società moderna ed evoluta, il destino dei criminali non è quello di essere potenti e ripettati bensì quello di  finire i loro giorni nella solitudine del carcere. Ed è necessario che tutti i siciliani – ciascuno per la sua piccola parte – riscrivano la loro storia in positivo senza pensare che “munnu à statu e munnu è”, perché la realtà è già cambiata e chi non coglie il cambiamento è cieco nell'anima e complice delle nostre tragedie. In una recente intervista televisiva lo scrittore Gesualdo Bufalino ha detto che contro la mafia i siciliani dispongono di un'arma segreta: i maestri elementari. E se ciò  è vero, è giunto il momento di usarla, insieme a tutta la collettività scolastica e alle istituzioni della società civile, perché insieme ai nostri ragazzi si possa recuperare l'orgoglio di essere siciliani e, al tempo stesso, uomini liberi”.
Tutti gli intervenuti hanno avuto comunque un denominatore comune, l'invito a ciascuno di noi di assumere in ogni campo le proprie responsabilità per fornire alle nuove generazioni modelli “finalmente” positivi.